#DareConf

Martedì 23 Settembre 2014

Guardo dal finestrino le luci della pista scorrere alla mia sinistra mentre l’aereo sta partendo da Heathrow per riportarmi in Italia. In testa mille pensieri e ragionamenti abbozzati, accumulati negli scorsi due giorni alla Dare Conference, che cerco di buttare giù sul mio iPad…

Dare Conference è stata una scelta particolare, non la solita conferenza di design, UX o lean. È una conferenza di people skills, o, come le si chiama di solito, soft skills (anche se preferisco di gran lunga la prima versione, che mette l’accento sulle persone).

Le motivazioni sono tuttavia piuttosto semplici: nell’ultimo anno e mezzo il mio ruolo in GNV & Partners è cambiato e mi sono trovato ad affrontare crescita, cambiamenti, problemi di comunicazione o conflitti tra le persone e problemi di allineamento rispetto ad una visione.

Da questo è nata l’esigenza di un confronto, di ascoltare altre storie, di capirne qualcosa di più, di imparare. E l’idea di andare alla Dare Conf.

Sono state due giornate intense. In questo momento la definizione che mi risuona in testa è overwhelming.

Sebbene il formato sia piuttosto tradizionale, da conferenza frontale con qualche workshop, Dare Conf non è la solita conferenza. È una conferenza del tutto informale, personale, intima, emotivamente impegnativa. Per certi versi una conferenza delle cose che non vuoi ascoltare e che non vuoi sentirti dire.

Perché, in effetti, non vuoi sentirti dire che essere diligente, esigente e perfezionista oltre una certa misura è nocivo a te stesso e a chi ti sta intorno, che genera pressione e aspettative non realistiche, e risentimento negli altri.

Perfectionsm

Non vuoi sentirti dire che quando cerchi di aiutare gli altri il più delle volte gli stai facendo del male, che non stai ascoltando e stai cercando le tue soluzioni a problemi che non hai compreso, che stai instaurando una relazione genitore-bambino e stai di fatto frustrando i tentativi dell’altro di farcela da solo, che devi imparare ad essere (equilibratamente) egoista e distaccato.

“To be connected is not the same as being enmeshed”
Samantha Soma

“Not my circus, not my monkeys”

Non vuoi sentirti dire nemmeno che devi smettere di cercare di essere l’esperto, che devi smettere di pretendere di avere tutte le risposte, che devi lasciare andare, che devi chiedere aiuto, che alla fine ti devi limitare a facilitare il lavoro del team e che questa transizione va accettata come naturale e non come una perdita di identità e di ruolo.

E soprattutto, ad una conferenza di lavoro, non vuoi ascoltare talk che raccontano di disagio, di fallimenti, di errori, di crisi personali e professionali, di sentimenti, di dolore e infine di lutti. Non vuoi entrare in connessione con gli speaker e provare a tua volta disagio, senso di fallimento e dolore.
Sono tutte cose che siamo diventati bravissimi a nascondere e ad evitare, soprattutto al lavoro.

E invece Dare Conf è proprio questo, una conferenza di confessioni, di storie personali, di riflessioni, di sbagli e sofferenze da cui si é imparato qualcosa che si sente l’urgenza di condividere con gli altri.
Una conferenza che mette in discussione e smonta molti dei comportamenti che sono ormai tipici ed endemici dei luoghi di lavoro, anche di quelli più sani.

Devo dire che, parlando e osservando gli attendees durante i due giorni, non mancavano le facce perplesse, gli scettici, gli insoddisfatti (“Non sto imparando niente che posso applicare da domani”), o infine semplicemente gli infastiditi (di nuovo, sono temi che spesso si preferisce evitare).
Se cercate nozioni, formule, schemi che possano essere applicati, e volete soluzioni, Dare Conf è quanto di più lontano ci sia dalle vostre aspettative. E paradossalmente è molto vicina a ciò di cui avreste bisogno 😉

“Let's get messy!”

Nei vari talk che si sono succeduti nei due giorni di conferenza c’erano degli elementi e dei messaggi ricorrenti:

  • la maggior parte degli speaker ha raccontato un’esperienza di cambiamento, di apprendimento o di crescita seguita ad un evento traumatico successo negli ultimi 3-4 anni, da un fallimento professionale ad un divorzio alla perdita di un genitore o di un figlio malato;
  • in seguito a questo evento di crisi, ognuno ha passato un momento di profonda disperazione, depressione, distacco dal mondo e isolamento, ma anche di introspezione, di accettazione e infine ha intrapreso un nuovo inizio;

“When you reach the bottom, you can only go up”

  • la maggior parte degli speaker fa un lavoro che ama e con cui si identifica, in uno scenario quindi in cui i fallimenti e i conflitti professionali hanno un grosso impatto sul versante personale poiché mettono in discussione la loro identità;
  • tutti gli speaker, nel racconto della propria esperienza, sono ad un certo punto dovuti uscire dalla propria comfort zone e imparare a convivere con l’incertezza e il disagio;
  • quasi tutti hanno citato parte della propria infanzia e della propria educazione, o del contesto sociale in cui sono cresciuti, come origine dei propri problemi successivi, professionali e personali;
  • sebbene senza affermarlo sempre in modo esplicito, tutti i talk hanno suggerito che nella maggioranza dei casi i problemi che abbiamo con gli altri sono il riflesso dei problemi che abbiamo con noi stessi.

“We’re not in control of the end. All we have are the means.”
Charlie Peverett

Morfologicamente parlando (con buona pace del signor Propp), quasi tutti i talk erano sviluppati attorno alla struttura narrativa del viaggio dell’eroe, il che ha sicuramente aiutato a renderli interessanti, coinvolgenti (siamo visceralmente legati e programmati per ascoltare storie) e motivanti (la crisi viene superata e il finale è sempre positivo).

“What's the worst that could happen?“

Ai talk frontali erano alternati dei workshop partecipativi (al pomeriggio dopo la pausa pranzo, in piedi nella terrazza, ottima idea per evitare il tipico calo da digestione, sala buia e sonnolenza).

I workshop sono stati tosti, specialmente l’ultimo, a causa della diversità di proprietà linguistica tra gli attendees: l’efficacia del dialogo su questi temi dipende molto dal tono e dalle scelte e sfumature lessicali e sintattiche, che si perdono o si indeboliscono quando si parla una seconda lingua, magari in maniera non perfetta. E se nel gruppo ci sono un francese, un rumeno, un italiano e uno scozzese la cosa diventa complessa 😉

“Meetings are toxic.”
— Jason Fried, da “Rework

Le riunioni sono spesso inefficaci, lo sappiamo tutti.
Il workshop di Kevin Hoffman era proprio orientato a renderle più rapide, efficaci e costruttive. Divisi in gruppi casuali, armati di carta, pennarelli e post-it, avevamo circa un’ora di tempo per avere un’idea e formalizzare una proposta di progetto, sotto forma di assumption (“Crediamo che UTENTE abbia PROBLEMA in CONTESTO, il nostro PROGETTO lo aiuterà facendo SOLUZIONI che saranno misurabili secondo FEEDBACK QUALITATIVO e FEEDABCK QUANTITATIVO). L’attività era divisa in micro-task (small batch) e time-box di 5-10 minuti ciascuno. Ad ogni partecipante era assegnato un ruolo casuale tra membro del gruppo (contribuisce idee), recorder (prende appunti e non contribuisce idee), leader (contribuisce, decide e guida il gruppo) e facilitatore (guida la discussione, non decide e non contribuisce idee). Ad ogni attività, quindi ogni 10 minuti circa, si cambia ruolo e il gruppo si riorganizza.

Collaboration bootcamp

Il processo di ideazione che Hoffman ci ha fatto seguire è strutturato in fasi di divergenza, o esplorazione e convergenza, o sintesi. Nella fase di sintesi infine Hoffman ha imposto 10 minuti di silenzio, in cui il gruppo non poteva parlare: questo ha innescato altre dinamiche e il ricorso a tecniche quali clustering e dot voting, e un uso massiccio di post-it e strumenti visuali. Alla fine il leader (del turno finale) presentava al pubblico l’idea elaborata dal gruppo.

Il takeaway di questo workshop è stato:

  • in ogni riunione definite i ruoli (e le conseguenti aspettative) subito e chiaramente
  • attenetevi ai ruoli
  • usate time-box e piccoli blocchi di attività
  • usate strumenti visuali e partecipativi
  • state in piedi, di fianco e non seduti, contrapposti (sì, prossemica e occupazione degli spazi, parlo di voi!).

Diverge-Converge

Il pomeriggio del primo giorno ha ospitato anche il talk di Samiya Parvez, fondatrice di Andiamo, che ha raccontato la propria storia personale, da cui trae origine anche il progetto. La storia di Andiamo è di quelle che ti fanno piangere e riflettere, e che ti spingono a pensare che si può sempre andare avanti, superare gli ostacoli e trasformare i problemi in opportunità.
Chapeau.
Anzi, no. L’ammirazione non basta in casi come questo, bisogna fare qualcosa, bisogna fare la propria parte. Ad Andiamo servono fondi, dategli una mano se potete.

La prima giornata si è conclusa a The Book Club, un localino a Shoreditch, dove, con in mano una birra, abbiamo seguito una decina di lightning talks e, per chi voleva offrirsi volontario (come il sottoscritto), un breve workshop per capire il proprio stile comunicativo e migliorare le relazioni con i membri del proprio team.

The Book Club

Il secondo giorno è stata la volta di Keri Maijala.
Di nuovo, come quello di Samiya Parvez, una storia che lascia senza parole, in questo caso di crisi personale, di relazioni e famiglie spezzate, una storia in cui tanti di noi si possono riconoscere e un dolore che possono sentire come proprio. E poi il lavoro come àncora di salvataggio, come elemento di identità quando tutto sembra privo di senso. E infine la risalita, il ritrovamento dell’equilibrio, il bilanciamento di vita privata e professionale e del valore dato a ciascuna.

Fin qui avrete capito che è stata una conferenza di storie, una conferenza di ascolto. Non per niente il secondo e ultimo workshop è stato di listening.

A gruppi di quattro abbiamo fatto esercizi guidati, provenienti dal mondo dell’improvvisazione teatrale, simulando dialoghi, ma anche discussioni e conflitti lavorativi (che già è difficile, poi in una lingua non tua diventa davvero impegnativo…).
A turno A parla, B ascolta e interloquisce, C e D ascoltano in silenzio, cercando di riconoscere i sentimenti, le emozioni e le ragioni dietro al conflitto.
Anche da pochi minuti di dialogo guidato, è stato palese come la maggior parte di noi di fatto non ascolti, non approfondisca e cerchi invece di trovare soluzioni veloci e dare consigli, prima di aver compreso la radice del problema e le emozioni che questo provoca al nostro interlocutore.

Yes, but...

Che cosa mi porto a casa…

Viviamo in un contesto in cui il condizionamento sociale è fortissimo, specialmente negli ambienti di lavoro. Siamo abituati che non si piange e non si manifestano le proprie emozioni, che un leader deve decidere e avere sempre le risposte, che non ci si mostra mai deboli, che non si chiede mai aiuto, che il lavoro deve essere sempre perfetto, che il lavoro viene sempre prima, che la vita privata si lascia fuori…

Siamo abituati a essere degli “human doing” piuttosto che “human being”.

E invece sbagliamo, non abbiamo le risposte, siamo fragili, abbiamo i nostri problemi a casa e ce li portiamo sul lavoro e viceversa, navighiamo nell’incertezza e abbiamo paura delle nostre decisioni, improvvisiamo, temiamo il giudizio sul nostro operato, in cui abbiamo proiettato una parte di noi stessi, e temiamo il rifiuto, siamo spaventati dal cambiamento e siamo frustrati dalla pressione derivante dalle aspettative, in primis le nostre.

Il punto è che va bene così 😉

You are enough!

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