Studiando Design Leadership a San Francisco

Il mio percorso di formazione di quest’anno, rivolto ad approfondire le dinamiche di collaborazione, la gestione dei team di design e la gestione del cambiamento, in questo finale di anno mi ha portato a San Francisco da Cooper, per il corso di Design Leadership.

Scalo a Monaco e poi 12 ore filate di volo fino a San Francisco, che mi accoglie con una leggera pioggia e una temperatura tiepida a cui non ero più abituato da inizio Settembre.

I primi due giorni in giro per la città, a fare il turista.
Gli alberi di Natale per strada e “All I want for Christmas” di Mariah Carey alla radio, mentre fuori ci sono 18-20 gradi, il sole e la gente in maglietta.  Welcome to California!
Mi ci abituo in fretta.

Il lunedì mattina mi alzo presto, prendo il  bus numero 12 all’angolo e scendo a downtown. Caffé e pasta da Starbucks e poi di fronte nel palazzo su 2nd Street dove ha sede Cooper.
Ottavo piano, reception, accolto con un gran sorriso dalla ragazza alla registrazione.
Ora ho un’adesivo sul petto col mio nome e mezzo litro di caffé in mano. Sono pronto.
Mi sento teso come al primo giorno di scuola.

Day 1

Due chiacchiere con gli altri ragazzi e poi parte il giro di presentazioni. Mi è subito chiaro che, pur avendo un inglese sufficiente, farò fatica a star dietro a 20 madrelingua con accenti delle diverse zone degli Stati Uniti.

L’esercizio che i due docenti ci fanno fare come ice-breaker a squadre è un puzzle delle tartarughe ninja, che ogni team deve provare a fare in 5 minuti.
Scopo del gioco è completare il puzzle, mettendo in pratica varie dinamiche di team (scelta di come affrontate il task, divisione dei compiti, applicazione di schemi e regole da esperienze passate, ecc.).
Dan scopre che dietro le tessere del puzzle ci sono dei numeri progressivi: suona poco legale, ma è veloce e proviamo a fare il puzzle al contrario seguendo i numeri. Ciò nonostante non riusciamo a finirlo.
La morale del gioco è chiara:

“It’s easy to miss what’s right in front of us; especially when racing toward deadlines.”

Dopo questo ice-breaker, il corso comincia provando a definire il concetto di Leadership all’interno di un team:

“Leadership is a process of social influence, which maximizes the efforts of others, toward achievement of a common goal.”

In particolare, l’attenzione viene portata sul come esercitare influenza e massimizzare gli sforzi del team.
A tal fine, ci vengono dati consigli e strumenti per definire e comprendere la situazione di partenza, allineare le intenzioni e le aspettative ed essere strategici in ogni comunicazione, in modo da guidare team e stakeholder.

“Empathy is not just for users.”

Sì, ovvio. Ma spesso non lo facciamo in realtà.
Gli utenti hanno bisogni, obiettivi e modelli mentali verso la cui soddisfazione sono orientati tutti i nostri sforzi di designer.
I clienti o gli stakeholder invece sono spesso visti solo come un vincolo, qualcuno con cui lottare, con cui negoziare, con cui la conversazione è spesso ferma all’affermazione di tesi o di status, piuttosto che ad una reale collaborazione.

L’approccio che i due docenti di Cooper ci consigliano è completamente diverso.
Hey designer, fai user research? Bravo, ora falla anche per il tuo capo/cliente/stakeholder. Conoscilo.

Mettiamo clienti e utenti sulle stesso piano. Analizziamoli. Creiamo personas. Allineiamo il team sui bisogni e le aspettative degli stakeholder tanto quanto su quelli degli utenti.
Usiamo strumenti che conosciamo come designer per esplorare un territorio nuovo.

“Most issues arise because people don’t understand what is needed and why.”

Capito con chi dobbiamo comunicare, ottimizziamo la nostra comunicazione.
Le ore successive sono rivolte a mettere in discussione le pratiche con cui gestiamo le comunicazioni, le email e soprattutto le riunioni (di Meeting Design avevo già parlato a proposito della DareConf).

Il finale di giornata è infine dedicato al pair-design, una delle pratiche di cui Cooper è sempre stata promotrice.
Dandoci strumenti e consigli per trarne il meglio, per rendere più efficace il confronto e la collaborazione tra designer, trovando il giusto equilibrio tra divergenza e convergenza di idee.

Dopo la fine del corso, appuntamento con docenti e studenti al bar all’isolato successivo, per un drink. Che poi sono stati due drink, una Uber fino a The Mission per una cena fantastica con altri quattro studenti, un’altra Uber e rientro a mezzanotte 😉

Day 2

Sveglia, doccia, bus, caramel macchiato da Starbucks, arrivo in Cooper e via con il secondo giorno. Un’occhiata di intesa e un cenno del capo con gli altri 4 della sera prima, tutti con la faccia stanca come la mia e un bel sorriso.

Oggi si parla di feedback, come darlo (al team) e come riceverlo (da clienti e stakeholder). E infine come chiederlo, guidando l’interlocutore, inquadrando il problema e il perimetro in cui si ha bisogno di feedback (framing).

Il resto della mattinata è dedicato poi a “vendere” il design.
A gestire una presentazione, a persuadere gli stakeholder di una design vision, a utilizzare dati e informazioni per costruire storie e narrazioni efficaci (ho già parlato di storie e del potere comunicativo che hanno, sempre a proposito della DareConf).

Ecco. Qui ho un problema di coscienza.
Una parte di me torna con la mente a 6-7 anni fa, ai pitch, alle agenzie. Questa cosa di creare una narrazione per persuadere gli stakeholder mi suona un po’ di pitch, di presentazione di concept grafici.
Cose che noi e la nostra industria rinneghiamo ad alta voce (proprio perché ci siamo passati tutti).

E poi il movimento Agile, la Lean UX. Cicli brevi, fail fast, ecc. Slegarsi dalle specifiche e dal prodotto finito, negoziare lo scope per esplorare ed evolvere il prodotto in modo iterativo.
Come convive questo con una narrazione che ha il potere proprio di fissare nel cliente la visione del prodotto finito? Non è un passo indietro?

No, non è il prodotto finito, ma l’esperienza.
Non è fissare le features. E’ la storia della nostra Persona, è la visione dell’esperienza che questa vivrà in relazione al nostro prodotto che andiamo a fissare e di cui dobbiamo persuadere il nostro stakeholder.
Il come arrivare a quell’esperienza è un problema interno al team di design, che può attingere a mille strumenti per realizzare quella design vision. E può benissimo farlo iterativamente, a cicli brevi.

Ok, questa me la porto a casa. Abbiamo un bel po’ da riflettere come team su questo punto.

All together now

Il pomeriggio del secondo giorno è stato interamente dedicato a mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato con un esercizio di gruppo.
Sono un pessimo studente, e la mia mente è già a come integrare alcuni dei concetti di questi due giorni nel workflow di GNV&Partners, piuttosto che sull’esercizio in sé.

San Francisco

Hi-tech way of life

Wi-fi quasi ovunque, Sim card americana e 3G in tutti gli altri casi, sempre connesso. Wi-fi e film in streaming anche sull’aereo.
Uber, Yelp, Netflix.
Il Moto360 al polso che mi dà le indicazioni di Google Maps e mi aiuta a girare la città, intanto che mi ricorda gli impegni. Lavorare nei café e negli Starbucks.
Colazione con Om Malik e chiacchiere di visual storytelling.

Veramente mille stimoli in questa settimana a San Francisco.

e tu... cosa ne pensi?

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